Ricordo di Gianni Silvestri – pittore a Firenze

Ricordo di Gianni Silvestri – pittore a Firenze

C’era in via romana, dove la strada si stringe tra i giardini di Boboli e l’Orto di Annalena, un portone a tinta verde, spesso chiuso, decorato da scritte e disegni che limitava uno stretto e poco lungo corridoio senza uscita; un cunicolo per un nessun dove nel ventre delle case. Pavimento sconnesso, residui di una volta, sulla sinistra quasi in fondo un vecchio pozzo, ormai murato. Poi, intorno, un mondo, anzi un universo; l’universo di Gianni.

Oltre i suoi quadri, che ne riempivano una buona parte, vi ho visto di tutto; vecchie poltrone forse marroni che ormai mostravano senza vergogna l’imbottitura, comodini dismessi, bicilette appese alla volta, selezioni di sedie scompagnate appartenenti ad età ed etnie diverse, vetrine, pannelli di multistrato, pesantissimi, residuati di cucine dismesse recuperati dai cassonetti (utilizzati ovviamente come supporti per le sue opere), applique, abatjour, piantane, selve di pennelli, tubetti di colore abili e non, una camera delle meraviglie affetta da una morbosa paura del vuoto. Tutto, peraltro, con estrema logica, nulla a caso e soprattutto ogni cosa con la sua storia e motivazione, reale, passata o propositiva.

Questo era Gianni ed il suo mondo, esagerato ma puro e buono come il più sincero dei primitivi.

Mai stupido nella conversazione esibiva con orgoglio nella parete bacheca il suo curriculum di esposizioni, mostre, corrispondenze, ritagli di giornale e ,sì, la sua laurea in Geologia accanto al graffito invito-monito:

–  Free entry, free look, free question – . 

Comunicazione assoluta.

 

 

Tra i molti passanti della tratta Pitti-Specola, pochi i curio-coraggiosi che si voltavano verso l’interno della bottega.

Altri, meno ancora, che entravano ed ai quali Gianni dedicava istantanea e cortese attenzione che venivano introdotti e audio-guidati, in diversi idiomi disponibili, nel tour della bottega, delle opere, del suo mondo.

Delle sue opere quello che mi colpì immediatamente fu l’estrema chiarezza ed una sincerità mai banale.

Gianni non era pittore da paesaggio ricordo turistico di Firenze. Si certo tante le facciate di Santo Spirito, alcune vedute del Ponte Vecchio e della cupola del Brunelleschi, ma mai banali, mai souvenir, sempre il con il suo tratto largo, materico come una trama grossa di colori che si intrecciano.

Lui si definiva “Neo fauve”, una nuova belva e forse anche vero di fronte alle facce degli Apostoli nelle “Ultima Cena” di cui diceva:

“Erano tutti mezzi banditi…”.

Ma niente di più classico delle sue nature morte dei vasi di frutta o fiori nei tondi, pura classicità e plasticità.

E nulla di più  equilibrato delle composizioni astratte, di più romantico delle barche e dei lampioni  con le loro luci; poesia nello spazio finito della tela/tavola nella quale Gianni trovava riparo e cura dalle difficoltà di una  vita quotidiana che sentiva pesare, dalle paure di tutto un mondo che gli stava intorno e dal quale fuggiva grazie ai pennelli ed al colore.

 

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